LA CONVERSAZIONE ORGANIZZATIVA: IL FLUSSO VITALE

Nel nostro percorso attraverso gli ambienti 2.0, abbiamo individuato la persona attraverso il profilo, osservato la struttura sociale e le ramificazione dei network interni con le community. Questi ambienti quindi abilitano, ma cosa?  In sostanza la conversazione.

Parlare di conversazione vuol dire in qualche modo analizzare la dinamica base della relazione social umana.

Conversando:

  • Tessiamo e consolidiamo relazioni
  • Scambiamo punti di vista, approfondiamo tematiche di interesse
  • Definiamo nel tempo un sistema di sapere collettivo
  • “Costruiamo un mondo” condiviso, attraverso un processo continuo di sensemaking (Karl Weick)

Naturalmente non possiamo definire ogni scambio verbale come conversazione. Forse vale la pena di raccogliere la lezione di Heidegger che distingueva fra conversazione e “chiacchiericcio”: la prima mette in connessione le percezioni, gli assunti, le premesse delle persone che così tematizzano elementi di interesse. In sostanza oggetto analizzato e relazione fra le persone giocano una partita contestuale, influenzandosi a vicenda e caricando la transazione comunicativa di senso e ricerca ampia. Il chiacchiericcio invece esplora in sostanza solo la relazione, e usa l’oggetto come mero strumento di questa (si tratta di una mia lettura del pensiero dell’autore su questo tema).

Ritengo che nell’economia generale dei rapporti si debbano considerare entrambi questi aspetti della socialità umana. È però evidente che il valore prodotto dalla conversazione su aspetti cruciali della vita organizzativa sia irrinunciabile se si vogliono ingenerare: engagement, allineamento, senso comune sugli obiettivi. Ma anche per gestire di criticità, cambiamento, innovazione.

La considerazione che faccio come consulente, ma anche a fronte di esperienza in azienda, è che l’organizzazione trasuda di conversazione. Anzi, guardando al fenomeno organizzativo con occhio sociologico, direi che si tratta di un evento caratterizzato da conversazione permanente (se i mercati sono conversazioni, figuriamoci le organizzazioni. Manifesto Cluetrain).

Per chi a vario titolo ha vissuto l’esperienza non è difficile rappresentarsi mentalmente i luoghi più o meno ufficiali nei quali questo fenomeno si esplica con tutta la propria forza (con amici di twitter abbiamo giocato con la metafora della “macchinetta del caffè” e qui trovate un breve esperimento in forma di aforisma…).

Pensate alla postazione del timbro, la pausa pranzo, al caffè/sigaretta, nei corridoi. Questo per citare la conversazione “viva”, nell’ambito di quella dimensione altrettanto reale che è l’informale.

Quindi la paura di alcuni clienti che di fronte a temi di comunicazione interna si turbano per la possibilità che questi strumenti liberino la natura conversativa delle persone, è del tutto fuori tiro. Questa già esiste in quanto fenomeno sostanziale delle relazioni umane. Solo trova spazi, anfratti, nei quali esprimersi.

In questo senso come già sul fronte marketing in qualche modo si è acquisito, meglio una conversazione emersa per quanto critica o spinosa, che latente ma ingestibile.

Favorire la conversazione organizzativa è però un’operazione complessa che riguarda il pattern culturale del sistema, e richiede un investimento forte in termini di intenti e una buona dose di pazienza.

Ci sono a mio avviso alcuni elementi di fondo che agevolano una conversazione organizzativa edificante per il sistema:

  • Il trust sociale: senza una dimensione generale di rispetto reciproco a prescindere dalle posizioni gerarchiche, dalle idee personali, non si può generare il contesto favorevole ad una conversazione che accolga tutti (a meno di non pensare che poche voci ma autorevoli siano sufficienti. Secondo me no!);
  • La censura della censura: non tanto nel senso che si possa parlare di tutto e nei modi che ognuno preferisce. Quanto della necessità di definire confini e modalità attraverso una riflessione collettiva  che costruisca così una dimensione condivisa nella quale far vivere le relazioni conversative. Più che mai il perimetro comportamentale qui è effetto di un grande gioco di apprendimento progressivo;
  • Lo spazio: una cultura della conversazione permanente è promossa anche dalla creazione e messa a disposizione di luoghi che dispongono questa dinamica. Ho detto di luoghi “latenti” nei quali questa si manifesta, ma in questo quadro è bene che alcuni di questi siano invece manifesti, accessibili, liberi, accoglienti.

Questi elementi appena discussi non sono tanto delle premesse necessarie a priori per avviare una cultura della conversazione, se così fosse non partiremmo neanche. La verità è che quando parliamo di conversazione, comunicazione umana, sappiamo che questa si perfeziona nella misura in cui la pratichiamo, in una dinamica di prova ed errori che fa crescere la consapevolezza progressivamente.

Diremmo più opportunamente che sono da una parte dei “principi” guida importanti per chi promuove un progetto culturale di questi tipo, ma anche dei marcatori che ci permettono di misurare in qualche modo i progressi di questa dinamica sociale organizzativa.

Quindi un progetto di crescita culturale, dicevamo.

In questa chiave gli strumenti 2.0 come ci aiutano in questo arduo percorso? Un’altra volta mettendoci a disposizione un ambiente che nella dinamica di interazione fra la persona (profilo) e i suoi network (community) apre un canale condiviso, in qualche caso tematico, nel quale dare asilo a questi flussi.

I blog, i forum, i micro-blogging, le chat, con caratteristiche molto diverse, offrono questo spazio alle persone che possono così conversare in modo più o meno approfondito su tematiche cruciali della vita organizzativa.

Una buona progettazione di questi spazi parte quindi dalle considerazioni culturali che abbiamo fatto, ma non senza un approfondimento opportuno su come gli strumenti possono abilitare e supportare le nostre aspettative di generare conversazione di valore per l’organizzazione.

In chiusura offro uno spunto metodologico di Mario Gastaldi con il quale “conversiamo spesso di conversazione organizzativa“.

Cosa ne pensate?