La mia storia per la Notte del Lavoro Narrato

Ieri, in un pomeriggio e serata bellissimi, si è svolto l’incontro di quest’anno sulla Notte del Lavoro Narrato. Un progetto edificante immaginato dal sociologo Vincenzo MorettiQuest’anno la domanda si è appuntata sulla centralità della persona nelle organizzazioni, oltre la distinzione profit non profit.  Il veicolo è stata la storia. Tutti i partecipanti sono stati invitati a raccontare più che descrivere, a far “vedere” più che mostrare. Questa la mia storia.

FRED NE ERA CERTO.

Ormai le sere a scrivere sul filo di una luce di abat-jour, Fred non le contava più.

Le ore passavano sulle mani annerite dall’inchiostro, e fra la pila di taccuini pieni di misurazioni, prove, note e riflessioni, che Fred raccoglieva quotidianamente nelle sue osservazioni dirette in fabbrica.

Fred ne era certo, si poteva immaginare una organizzazione scientifica del lavoro, una modalità che desse ordine a quella complessità e consentisse di estrarre il maggior valore possibile dai fattori produttivi.

Tutto quel caos poteva assumere una forma di bellezza, si diceva, la bellezza della macchina che fa girare pistoni, cremagliere, nastri, persone, trapani, dipingendo un cosmo industriale perfetto, senza difetti.

Per questo frequentava le fabbriche, e aveva studiato la sera per laurearsi in ingegneria meccanica: fornire al mondo un metodo, la one best way che avrebbe trasformato gli sporchi e confusionari opifici dell’epoca, in meravigliose opere d’arte funzionali.

Quella sera gli occhi facevano più male del solito. Complice un tempo piovoso e scuro che costringeva a stare ancora più vicino al foglio da annerire con le parole che la sua testa produceva, a centinaia.

Fred alzò appena la testa quando l’intensità della pioggia aumentò vertiginosamente. Insolito pensò. Ma la cosa non lo catturò e distrasse più di tanto.

Questa serie di misurazioni lo stava impegnando parecchio…non veniva a capo di una discrepanza che…

Certo il battere così frenetico della pioggia sulle imposte cominciava a diventare disturbante. Fred pensò che forse avrebbe dovuto fare un giro per la casa ed assicurarsi che le finestre fossero ben chiuse. Un temporale come questo non ricordava di averlo mai visto.

Si alzò un vento ferocissimo, e Fred dovette combattere con una imposta che faceva oltremodo resistenza a chiudersi. Si bagnò braccio e viso, e la cosa lo infastidì parecchio. Ora avrebbe dovuto perdere tempo ad asciugarsi, mentre avrebbe voluto tornare subito a scrivere.

Entrò nel salotto ed in quel momento un tuono sordo e cupo squarciò il silenzio della vecchia e compassata casa di Fred. Quasi un ruggito in effetti, che gli bloccò le gambe per un momento.

Riprese poi a camminare sentendosi un po’ in imbarazzo per quella paura che stava provando, lui uomo di scienza, razionale, conosceva bene i fenomeni della natu…wroam.

Un altro boato, se possibile ancora più forte del precedente tagliò di netto il pensiero di Fred. Forti luci ad intermittenza arrivavano dalla finestra, fulmini cadevano a fiotti vicinissimi alla casa ora.

Il vento era come una specie di fiume impazzito che avvolgeva lo stabile. Come stesse ruotando intorno in una specie di sabba d’aria che strideva ed urlava.

Il suono della pioggia era inframezzato dai tuoni che divennero incessanti, come doglie sempre più vicine. A questo punto Fred cominciava a pensare che nulla di quello che stava accadendo poteva essere ritenuto normale.

Decise di andare verso il candelabro sul tavolo per accenderlo e fare luce, ma un fortissimo tuono lo colse. Era come se stesse attraversando l’intera casa, lungo e fragoroso. Il pavimento tremava come per una scossa di terremoto, e balzava in aria Fred come fosse una pallina.

E poi come dal nulla un nuovo tuono, che Fred sentì nella sua testa. Un urlo, il suo, poi il bianco e silenzio lo avvolse…

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Devo aprire gli occhi si disse. Sentiva il corpo incollato a terra, ma in qualche modo trovò la forza di puntare un braccio sul pavimento e sollevare la testa.

Altra cosa fu alzarsi completamente. Una specie di impresa. Sentiva ancora tremare le gambe, e stava in piedi a stento.

Ma cosa diavolo era capitato? Una prova da fine del mondo?

Non riusciva a pensare in modo lucido, ma decise di uscire e vedere che danni aveva fatto quel temporale assurdo.

Apri la porta ed una luce stordente lo colse. Fu costretto a chiudere gli occhi e camminare a tentoni come un cieco per qualche metro.

Appena poté mettere le palpebre a fessura comincio a fare entrare qualche immagine…davvero senza senso.

Un sole tondo e giallo troneggiava nel centro di un cielo terso e blu. E niente…ma proprio nulla. Nessun danno o segno di acqua per terra o nel giardino.

E che giardino…verde pieno, con piante rigogliose che puntavano verso il cielo. Ma le aveva sempre avute quelle piante poi?!?

Ma quando alzò la testa quello che vide poté spiegarlo ancora meno. Una strada liscia aveva sostituito quella groviera polverosa che ben conosceva.

I ciottolati spariti, ed ai bordi della strada grigia due camminamenti lisci che la perimetravano fino all’orizzonte.

E le case…ma erano case??

Lisci parallelepipedi, di colore tenui e riposanti, si stagliavano verso l’altro. Pareti uniformi come fogli di carta solo inframezzate da ampi vani di vetro che aprivano verso l’interno.

Un silenzio lunare avvolgeva quella immagine, tanto che Fred pensò di stare ancora sognando e si disse, un po’ speranzoso, che sarebbe passato.

Decise comunque di camminare e, senza nemmeno accorgersene, catturato da quel contesto così onirico, si diresse verso la fabbrica nella quale ha speso ogni giorno degli ultimi tre anni. Un pilota automatico che non aveva azionato.

Solo quando arrivò in fondo alla strada si rese conto della direzione che aveva preso. Ma più un navigatore interno lo stava orientando perché quello che vedeva non era certo di riferimento.

In fondo alla strada un alto palazzo stava di fronte a lui. Tutto vetro e luce, da cui poteva vedere scorci di ambienti pieno di persone in movimento.

Era basito come un bambino di fronte ad un uomo volante, senza parole e quasi senza fiato.

La sua testa faceva su e giù a seguire quella linea lunga che portava fino al cielo, e non si accorse che una persona gli si avvicinò silenziosa: “posso aiutarla? Lei…sta bene?”

Fred mosse la testa appena verso di lui e senza nemmeno guardarlo disse: “che cosa sarebbe questo”?

L’uomo stranito rispose con un sorriso: “è la nostra fabbrica?”

A quella parole il cervello di Fred lancio una scossa al corpo, cercando una reazione. Che ci fu:

“una fabbrica? Questa? Certo, qui c’è una fabbrica, lo so bene, ci vengo ogni giorno…”

“si, certo. Forse la più antica della città. Ha quasi 200 anni!” rispose l’uomo, “ma sono certo che di lei mi ricorderei se lavorasse qui. E’ sicuro di non essersi sbagliato?”

Fred ora lo stava guardando fisso, e si incuriosì parecchio nel vedere i suoi vestiti. Non poteva dire fosse trasandato, ma nemmeno elegante insomma.  

Riprese a stento: “quindi lei mi sta dicendo che questa è la fabbrica. E cosa avete fatto l’avete rinnovata in una notte?” parlando con tono smaccatamente provocatorio.

“no, mi risulta ci abbiamo messo ben più di una notte. Ma sa io non c’ero”, rispose l’uomo quasi divertito.

“senta, questo è uno scherzo di qualche tipo?” disse Fred alzando un po’ la voce

“non capisco” rispose l’uomo. E continuò “perché non entra un attimo, così si riposa un po’ e le spiego chi siamo?”

Si avviarono piano, e Fred lo seguì non sapeva più se per curiosità o per arrendevolezza.

La porta si aprì scorrendo su un lato, e Fred pensò che “ma chi diavolo l’ha aperta”, ma non osò chiedere in effetti.  

L’uomo già dentro di qualche passo lo invitò ad seguirlo con uno sguardo caldo e accogliente, e Fred, in un momento di risolutezza acciuffata coi denti, sentì di voler fare questo viaggio.

Attraversarono corridoio, e poi qualche sala, incontrando persone che camminavano, sostavano parlando fra loro. Un contesto che Fred non riconobbe come luogo di lavoro.

L’uomo non riusciva a capire in fondo la confusione di Fred, oltre agli stranissimi vestiti e a quel tono compito che teneva. Ma sembrava volerlo mettere a suo agio.

Passarono per un lungo corridoio in fondo al quale vi era un portone che si aprì anche questo senza bisogno di essere toccato in alcun modo.

Aldilà macchine silenziosissime stavano tagliando lamiere, saldando, assemblando oggetti che a Fred non ricordavano nulla di conosciuto.

“ma che cos’è questo?” chiese.

“è il nostro reparto produttivo” rispose l’uomo.

Fred rimase immobile al centro di questo grande sistema…era l’opera d’arte che tanto spesso aveva immaginato nella sua testa. Ma non la inquadrava per nulla.

Le persone stavano accanto a queste macchine, intenti a parlare fra loro, ma nessuno governava gli attrezzi, o controllava il passaggio dei “pezzi”. Insomma “che diavolo di catena produttiva era questa”? si domandava Fred.

“mi segua” spronò l’uomo che vide Fred attardarsi.

E si avviarono verso un grande spazio aperto in cui tante persone su tavoli, o sedute su divani, o in piedi, sembravano intente a ragionare su disegni e modelli. Le pareti erano piene di scritte fitte come le lavagne di un corso di matematica in un ateneo.

“ma cosa fanno queste persone?” disse Fred.

“queste sono sessioni di innovazione aperta” rispose l’uomo, che allo sguardo confuso di Fred sentì il dovere di aggiungere: “qui pensiamo alle soluzioni che innovano la nostra azienda”.

Ecco, questo Fred sembrò capirlo: “certo qui c’è il management tecnico dell’azienda”.

“non proprio” disse l’uomo “a queste sessioni possono partecipare tutti i dipendenti dell’organizzazione.

“come tutti” sbottò Fred

“si, tutti. Il concetto è che ognuno è responsabile e libero di portare idee, soluzioni, innovazioni, e può farlo qui presentandole a colleghi che poi insieme a lui le valutano. E se di interesse si procede con dei test o dei pilota”

“ma per l’amor di dio, come è possibile che tutti abbiano idee da proporre scusi. Insomma la tecnica è posseduta da pochi ed illuminati manager che guidano le aziende. Poi le maestranze eseguono le mansioni che il piano di divisione del lavoro indica”.

Ora era l’uomo a non capire quelle parole: “in che senso pochi ed illuminati manager? Insomma come si può pensare che poche persone possano offrire tutte le idee possibili per migliorare un’ azienda?”

“beh ma scusi come può pensare che in un’organizzazione tutti pensino. E chi esegue poi e realizza?”

“d’accordo, sulla realizzazione poi ci sono persone con competenze specifiche che presidiano pezzi di realizzazione, ma perché nel pensare dovremmo limitare gli apporti? Tutti possono avere buone idee, non solo sui prodotti. Ma anche sui processi interni per esempio. Cerchiamo di sfruttare tutto il meglio che la persona può offrire per crescere e fa crescere l’azienda. Non crede sia più efficiente?”.

“efficiente?” disse Fred “come può essere più efficiente un sistema in cui tutti pensano. Chi coordina le attività, chi segue le catene di montaggio, chi dà il ritmo al lavoro?”

“come chi? Le persone stesse. Se tutti conoscono i processi organizzativi e sono motivati a stare qui, l’organizzazione si realizza sul campo ogni giorno. Per noi l’organizzazione non viene prima, ma dopo le idee”.

“ma un contesto in cui tutti possono esprimersi diventa confusionario e sregolato. Compito di chi progetta organizzazioni è fare ordine. Non crede?” E qui Fred si diede un tono quasi morale.

“quindi se capisco lei si occupa di questo. Progetta organizzazioni?” Domandò incuriosito l’uomo.

“be si, io sto svolgendo degli studi che spero possano portare ad un modello efficace di gestione delle organizzazioni. Improntato sul controllo stretto dei fattori produttivi, la loro utilizzazione e massimizzazione”. Disse fiero Fred.

“capisco. E dove svolge i suoi studi?”

Ed ora Fred sudava freddo. Come poteva rispondere che l’opificio sarebbe dovuto essere proprio qui, dove ora si trovava questo strano edificio abitato da strane persone, con strane…o se erano strane, idee.

L’uomo continuava a guardarlo in attesa di risposta, e Fred rispose con una domanda: “mi scusi, lei ha parlato di motivazione. Ma cosa intende con questo termine esattamente?”

“si be. Voglio dire che impegniamo molto tempo a rendere consapevoli le persone della loro importanza per l’azienda. Lo facciamo trasferendo loro tutte le informazioni in modo diretto e trasparente. Tutti possono accedere a dati di produttività, bilancio, alle ricerche in corso. E come detto ognuno può partecipare con idee sugli ambiti i cui ritiene di poter dare un contributo. Crediamo, o meglio osserviamo, che in questo modo la motivazione a rimanere e dare valore si consolida”

“ma com’è possibile che diate informazioni di quel genere a tutti?”

“non a tutti a pioggia, ma a chi lo desidera. Insomma sono accessibili”

“si va bene, il concetto non cambia. Perché un operaio dovrebbe avere informazioni del genere in suo possesso. Come questo dovrebbe migliorare il suo lavoro?”

“tanto per cominciare, saprebbe valorizzare meglio le sue azioni specifiche, anche sul piano economico. Inoltre aiuterebbe a fargli comprendere gli sforzi che si stanno facendo per creare valore, generando un maggiore senso di comunità”

“comunità” sussultò Fred “l’azienda è un luogo di lavoro, in cui vige lo scambio prestazione – retribuzione. Non è certo una comunità”

“e perché non può esserlo. Ci si muove tutti verso una direzione comune, ci sono persone che mettono intelligenza e volontà per creare eccellenza. Ci si supporta e vive insieme per molte ore di una settimana. Se questa non è una comunità allora, che cos’è” disse l’uomo con tono leggero ma fermo.

“suvvia. L’organizzazione è dell’imprenditore. Lui la fonda, lui la gestisce con i suoi manager, lui compra e usa i fattori produttivi e risorse fra i quali le persone” disse Fred con una voce ora appena rotta dal dubbio.

“le persone fattori produttivi? Risorse? Ma guardi, un fattore produttivo si può comprare, utilizzare e alienare. La persona non ha nessuna di queste caratteristiche. Non ne conviene?”

“si, sul piano sociale certo. Ma in azienda della persona abbiamo bisogno per una mera parte: del cervello se pensa, della mano se esegue”

“a me pare davvero un grande spreco questa impostazione. Come dell’arancia usare la buccia per farci un cocktail e buttarne la polpa” disse l’uomo sorridendo.

“si avvicini” disse l’uomo a Fred indicandogli la finestra che dava su alcuni reparti. “cosa vede?”

Persone stavano insieme intorno a macchine, intente ad affrontare chissà quale domanda operativa. Sembravano impegnate, collaborative e…sorridenti.

Quello che all’inizio per Fred era caos cominciava ad assomigliare ad un’altra forma di cosmo. Organizzato ma non incatenato, fluido ma non meno focalizzato. E certamente nulla a che vedere con le facce di persone prese a compiere azioni ripetitive, continuamente osservate e corrette, divenute nel tempo esse stesse oggetti svuotati di essenza.

Non poteva negare di vedere bellezza in questo ambiente, se per un attimo avesse rinunciato ai suoi assunti di fondo, quelli su cui stava basando il suo lavoro da anni. Quel lavoro che avrebbe voluto lasciare ai posteri per cambiare per sempre l’industria mondiale.

Davvero si poteva immaginare una forma di organizzazione in cui le persone fossero il cuore di tutto? Tutte le persone insomma, ognuno con quello che ha da offrire? Davvero concretamente le organizzazioni possono essere viste come dei sistemi sociali vivi, delle comunità, anziché come dei sistemi funzionali puri?

Ma cosa sapevano queste persone che lui non coglieva? Come potevano aver creato questo contesto? Erano di questo temp…ma, è questo forse un altro tempo? L’idea lo fece rabbrividire fin nell’anima. Un altro tempo, in cui l’idea di macchina organizzativa non era mai arrivato, non aveva attecchito, lasciando vivere un modello fatto di partecipazione della persona come ente superiore, alfa ed omega? Un tempo in cui le sue idee non sono mai arrivate…

Fred era rapito dalla pazzia del suo pensiero e ammutolì congelato, cosa che consentì all’uomo di tornare sul punto lasciato aperto: “ma dove mi ha detto di svolgere i suoi studi organizzativi?”

Fred restava assorto, quasi avvitato su un pensiero: la persona non è un fattore produttivo. Quasi lo pronunciava appena sul filo delle labbra come un mantra, tanto che l’uomo sorridendo chiese: “sta bene signor…a proposito, ma lei come si chiama?”

Fred sollevò la testa e disse: “mi chiamo Frederick Taylor”

“Signor Taylor, è un piacere avere scambiato delle idee con lei. Io però ora devo tornare al lavoro” disse l’uomo alzandosi.

Fred si alzò a sua volta ed allungando la mano ebbe come un guizzo che gli attraversò la mente e chiese all’uomo: “ma lei qui che ruolo ha?”

“non ci diamo dei titoli in realtà, ma diciamo che mi occupo di fare in modo che le persone trovino il contesto che consenta loro di lavorare insieme”

“e che lavoro sarebbe?” disse sinceramente confuso Fred

“un bellissimo lavoro” rispose l’uomo con un altro dei suoi sorrisi a tutta faccia.

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Fred ora camminava lungo quella strada liscia che lo aveva portato fin quel posto. Si guardò indietro ancora un attimo per fissare nella mente quell’immagine di fabbrica possibile.

Rientrando in casa si diresse verso il tavolo dove tutte le sue carte giacevano. Scorse gli appunti con le note più alte: prosperità dei dirigenti, controllo sociale, divisione del lavoro, e non vi trovava quasi più senso. Scosse quei fogli come un mazzo di carte abbandonate sul tavolo, come a sperare che ne uscisse una che gli ridesse…motivazione.

Ora Fred non era più così sicuro che vi fosse una one best way per costruire organizzazioni efficaci.

Il suo sguardo andò fuori dalla finestra, ed i palazzi bianchi e la strada liscia erano spariti. Ora c’erano di nuovo le case con muri in cemento, persiane marroni, tetti spioventi e strade piene di buchi.

Ma non si sorprese. In effetti Fred non era più certo nemmeno di avere visto quello che aveva visto.

Andò sul divano e si stese. Si addormentò continuando a ripetere: la persona non è un fattore produttivo…la persona non è…un fattore…